Ma sarà mai possibile.

Vorrei perdere la ragione a un unico patto: essere sicuro di diventare un pazzo allegro, brioso ed eternamente di buon umore, senza problemi né ossessioni, che ride senza motivo dalla mattina alla sera.

http://www.youtube.com/watch?v=Z-R11B7EGt0

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Nuove tendenze 2013

Un noto filosofo, dopo aver concluso che una analisi approfondita del concetto di comunicazione conduce a paradossi imbarazzanti, quasi a scusarsi per l’incoerenza decise di cominciare la sua opera più importante e prolissa con l’osservazione che “di qualcosa si deve pur parlare”. Sembrerebbe quasi una ironica risposta alle ultime parole del Tractatus di Wittgenstein, parole che preferisco non riportare in maniera che gli intellettuali della minchia possano compiacersi del fatto di non dover andare sulla uìchi a informarsi. Tutti gli altri invece potrebbero già aver concluso che di fighetti acculturonzoli ce n’era già troppi in giro prima di me, e che se continuavo a stare zitto a deprimermi in un angolo era meglio per tutti. Fatte tali premesse e osservazioni, mi prenderei la libertà – promettendo di tornare a stare zitto e deprimermi nell’angolo appena possibile – di parlarvi di alcune cose a cui ho pensato negli ultimi mesi.

Un uso alternativo del proprio scroto è una delle maniere migliori di sondare le proprie potenzialità, rendersi conto di quale sia la natura di ciò che chiamiamo “percezione”, e costituisce anche una ottima alternativa allo stare zitto a deprimersi in un angolo.
Tra i vari modi in cui la sacchetta portapalle può essere assunta a metafora dell’esistente, ne citerei uno che mi stuzzica da parecchio tempo. L’occorrente per cominciare si trova in qualunque casa, e i vantaggi sono innegabili. Non desidero però dilungarmi nella esposizione dei pregi che caratterizzano questa pratica prima di averne introdotto i principi fondamentali.

La farò breve: si tratta di aprirsi il sacchettino con un coltello, riempirlo di puntine da disegno, quindi ricucire. Lo scopo è quello di vedere come possa cambiare il proprio umore, e di apprezzare il rinvigorirsi della propria visione e interpretazione del mondo. Molti testimonial assicurano che, sebbene ci si metta un po’ ad abituarsi al nuovo stile di vita, buona parte della noia quotidiana che noi umani siamo soliti sopportare sparisce immediatamente, sostituita da un intero spettro di nuovi sentimenti e pensieri. E che dire dei vantaggi che si ottengono nel mondo del lavoro? Quando hai una intera confezione di roba appuntita nelle palle, puoi permetterti di guardare dall’alto verso il basso chiunque, sia pure il tuo capo. Fissalo negli occhi, scuoti il pacco in maniera che sia udibile lo scrociare del metallo, e vedrai che la prossima volta ci penserà due volte prima di chiederti di fare una presentazione motivazionale in power-point da presentare il lunedì mattina.

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L’arte di trattenere la pupù senza che ve ne sia alcuna necessità

Questa mattina ho pensato di fare qualcosa di veramente unico, qualcosa che avrebbe potuto dare un senso alla mia giornata.
Inizialmente ero dell’idea di accendermi una sigaretta e cagarmi nel pigiama, ma, essendo dovuto andare a comprare del tabacco (ero senza), ho commesso l’ingenuità di vestirmi. Una volta tornato a casa, naturalmente, avrei potuto rimettermi il pigiama così da portare a termine la mia missione, ma si sarebbe trattato di un gesto intellettualmente insincero. Così per punizione mi sono imposto di non fare la cacca per le successive 15 ore.
Arrivo adesso dal gabinetto – ohibò il sole è già calato – e vi lascio intuire quale sia la mia soddisfazione e fino a che punto il mondo mi paia un luogo lieto dove stare in pace con se stessi e gli altri. Se ben mi conosco, questa sensazione sparirà nei prossimi trenta minuti, al termine dei quali tornerò a nutrire nei confronti del genere umano e del mondo (e di me stesso) il solito disprezzo viscerale.
Potete dunque comprendere perchè mi interessa non perdere tempo ed affrettarmi a dire ciò che ho da dire.

Cominciamo dalle cose importanti. Devo ringraziare il mio amico Mr. Binomiale poiché m’ha fatto dono di un oggetto simbolicamente pregnissimo e dall’utilità pratica innegabile. Avevo già intenzione di porgere i miei ringraziamenti telematici su un noto social-network (rotten.com), ma alla fine ho deciso di farlo qui, dove poca gente ficca il naso e quella poca gente che lo ficca lo ficca non troppo sovente, e anche perchè boia d’un cane così m’è parso giusto e non mi sembra il caso di farci su una polemica. Dunque: grazie Lello, hai dato un volto e un nome alla mia dipendenza dalla caffeina. Super Friendship Forevah.

Devo anche menzionare i due sconosciuti che sono finiti su codesto sito cercando su google le parole “mi capita di squirtare casualmente” e “cacare in bocca alle baldracche”… Sono riconoscente anche a voi, gentili individui. E’ grazie a quelli come voi che uno capisce di stare facendo un buon lavoro. Cercherò di mantenere alti gli standard.

…tipo salutandovi con un video del genere (andatevi a cercare anche la versione jazz):

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La saga di Leonhardt Unger: 1

“Leonhardt Unger, pilota al soldo della GLC, venne svegliato dal suo sonno criogenico dal computer di bordo in quanto la sua rotta aveva subito una deviazione di 0.0147 radianti…”
A pensarci bene, poteva sembrare l’incipit di un racconto fantascientifico di serie B, uno di quelli stampati su volumetti di carta opaca a uscite quindicinali di cui, a casa sua sul pianeta Felnoev, Leonhardt aveva piena la cantina. Per quanto suonasse artificiale e stilisticamente mediocre, questa era la realtà dei fatti: il computer di bordo aveva insistito per informarlo di quell’anomalia nel percorso, ed egli non aveva idea di quanto le giornate seguenti fossero destinate ad assomigliare sempre di più alla trama svogliata del peggior lavoro di un ubriacone con l’hobby della fantascienza residente in una stazione di servizio sperduta da qualche parte nel Kansas, pianeta Terra. (Questo ubriacone avrebbe poi conosciuto la fama grazie alle sue insospettate capacità canore: qualche nostalgico si ricorderà di We love to shoot our gun to the stars, per quattro settimane nella top 10 della Interplanetary Country & Folk Charts, e disco di platino nel 2875. “Com’erano belli gli anni Settanta”, sospirò Leonhardt.)

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Un leggero tintinnio arpeggiò una triade maggiore e scosse Unger dai suoi pensieri. Il suono significava che era salito il caffé, ed egli fu ben felice di avere una buona scusa per non pensare al lavoro durante i successivi minuti. Una melanconica soddisfazione, sospesa sulla superficie del liquame nero, si sovrappose all’incomprensibile sensazione di sentirsi osservato da qualche forma di intelligenza panpsichica, là fuori da qualche parte nell’ universo. Per un attimo sentì la necessità di fissare il Cosmo dritto negli occhi con una espressione di sfida, quasi a voler dire “è inutile che cerchi di fregarmi, stronzo”. Non sapendo però verso quale direzione fosse più opportuno dirigere lo sguardo, lasciò perdere e finì d’un sorso quel che rimaneva nel bicchiere.

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Ristorato dal celere apporto di sostanze eccitanti, Leonhardt trovò la forza di dirigersi verso il terminale per ristabilire il percorso. Si accorse che la nuova rotta lo avrebbe portato nelle vicinanze di una stella identificata non solo dall’usuale sigla interplanetaria, ma anche da un nome comune, “Mpa Risi”. Questa circostanza spinse Unger cercare maggiori informazioni nel database di bordo. Scorrendo con scarso interesse la tabella iniziale dei dati fisici e astronomici, Leonhardt si soffermò meditabondo sulla voce “Annotazioni”. Lesse:

Pianeta Mpa Risi III – Atmosfera densa ma respirabile grazie a comuni filtri Hessman. Clima inospitale a causa dell’eccessiva escursione termica tra giorno e notte.
Periodo di rotazione: 18 ore terrestri. Periodo di Rivoluzione: 561 giorni terrestri. Tentativo di colonizzazione e regolazione dell’atmosfera nel 2827 da parte di Wilhelm Kirillovic, ricercatore della RNCI e sua moglie Anna. Probabilmente disabitato dal 2833, in seguito alla cessazione di segnali vitali da parte delle trasmittenti cerebrali dei cognugi Kirillovic.

Conscio del fatto che nessuno si sarebbe scandalizzato per qualche giorno di ritardo sulla tabella di marcia, e straordinariamente deciso a soddisfare la propria curiosità, Leonhardt sbatacchiò veloce un comando sul terminale e si lasciò andare all’indietro contro lo schienale del sedile. Con una soddisfacente grattata ai testicoli si preparò a godere del materno e rassicurante rombo dei motori, dediti a portare la nave spaziale in orbita attorno a Mpa Risi III.

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Asteralgia

La quindicesima edizione del Dizionario Enciclopedico del Koiné Galattico definisce l’asteralgia come una “condizione psicologica di melancolia, caratterizzata da un senso di vaga tristezza e di impotenza di fronte all’immensità del cosmo.”

Coniato dal pioniere interstellare Nymar Dirich, il termine è diventato di uso comune per indicare un’ampia gamma di disturbi mentali piuttosto diffusi tra i piloti spaziali (in particolar modo nel periodo precedente alla diffusione del sonno criogenico artificiale).

Celebre, tra gli episodi più recenti, quello di Leonhardt Unger, morto a causa di una dose eccessiva di benzedrina nel proprio caffé. Gli ultimi dati sul suo conto ci arrivano dal terminale di bordo:

L’ente di cui non parla la mente,

intende immacolato e immane inspira

aria di nera volontà divina.

Quando si verifica l’Evento, qualcosa irrimediabilmente viene a cambiare nella mente. L’abitudine raziocionante tende a giustificare e incasellare la cosa osservata: “avviene per questo e quel motivo”. Può anche succedere che la paura di affrontare l’ignoto obblighi la coscienza ad occuparsi con indebita attenzione a questioni marginali, al solo scopo di allontanare l’attenzione dal punto cruciale.

Entrambe le vie di fuga si rivelano però inefficaci nell’impedire lo svolgersi del destino.

La domanda che una persona di intelletto speculativo è destinata a porsi, prima o poi, è la seguente: “perchè siamo in grado di assiomatizzare agevolmente la teoria dei campi algebricamente chiusi, per dirne una, ma brancoliamo nel buio quando si tratta di stabilire nessi solidi tra noi e il mondo esterno?”.
Seconda domanda, a corollario della prima: “questa differenza è intrinseca o è semplicemente dovuta a limiti che possono, e dovrebbero, essere superati?”. Potremmo ricondurre tutta la questione ad un “problema linguistico”, ma avremmo la sensazione di non svolgere in maniera onesta il nostro lavoro di indagine.

Il raggiungimento di unità con il fondamento immanente del reale divino avviene attraverso eventi la cui natura è quella di ampliare l’orizzonte del conosciuto, o del percepito. Chiudere una parentesi che non è mai stata aperta implica che prima dell’alba della coscienza è avvenuto qualcosa che

Il testo non continua.

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Sleep deprivation daydream: 01

Sarò schiavo del mio tempo come tutti gli altri, incapace di difendermi dal fascino di qualche cliché inventato da un tizio qualunque e diventato modello stilistico grazie all’immeritata influenza culturale di una valanga di altri pirla, insomma: è forte la tentazione di sbatacchiare frasi sintatticamente disorientate al solo scopo di sembrare una persona profonda e originale. Invece, sebbene questo comporti un certo dispendio di energia, cerco di mantenere equilibrio e decoro; rileggo addirittura ciò che scrivo, aggiungo magari un verbo laddove ad una prima stesura ho reputato più trendi ometterlo, ordino le parole al fine di evitare pesanti combinazioni di aggettivi (due di fila bastano e avanzano, il più delle volte), insomma, lavoro di cesello a manetta… pur sapendo che, in fondo, sto semplicemente cercando di autocompiacermi – sia pure in maniera abbastanza arzigogolata da rendermi tollerabile la cosa.

La tentazione di lasciarsi alle spalle le proprie ossessioni è soffocata dal fatto che si prova un’enorme soddisfazione ad alimentarle.

Sì sì, diventeremo rockstars, avremo tante ammiratrici pronte a donarci il proprio corpo, sconoscuti ci offriranno da bere, i critici musicali che fino al giorno prima odiavamo perchè parlavano male delle band underground che nessuno si è mai cagato tranne noi improvvisamente ci staranno simpatici perchè diranno che le due canzoni in croce che abbiamo uscito dal culo in realtà sono dei capolavori e l’intiera umanità dovrebbe venire da noi a succhiarci il pistolino.

Eppure, sebbene questa prospettiva sia comprensibilmente allettante, mi rendo conto che le soddisfazioni che sto cercando sono altre – e solo apparentemente più nobili. Al diavolo, meglio scrivere le proprie canzoncine nell’intimità malsana della propria stanzetta, troppo timidi per mostrare al mondo il frutto di tanta introversione. Un giorno, quando saremo ormai polvere, ah sì, qualcuno frugherà nel nostro hardisk (dopo aver scoperto a furia di tentativi che la password è “tettefigaculo”) e tutta la struggente dolcezza di cui siamo stati capaci in vita verrà riconosciuta, osannata, celebrata e tutti diranno che siamo dei fighi e qualcuno dirà addirittura “io lo conoscevo da prima che diventasse famoso”, e probabilmente con una frase del genere si renderà misteriosamente belloccio agli occhi di una ragazzina che si porterà a letto e si chiaverà alla nostra salute.

Se ti danno del genio quando sei ancora in vita, che gusto c’è a morire?

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